Oggi voglio accendere i riflettori su questo fenomeno. Inutile dire che si tratta solo di una panoramica limitata perché la pericolosità e le insidie che si nascondono in questi atti avrebbero bisogno di uno spazio ben superiore a quello di un post. Però il mio obiettivo è quello di fornire degli argomenti sui quali riflettere sperando che se qualcuno dovesse trovarsi direttamente, o indirettamente, coinvolto in queste situazioni, abbia qualche elemento per riconoscere il proprio vissuto.
Partiamo dalla definizione del fenomeno: con 𝐠𝐚𝐬𝐥𝐢𝐠𝐡𝐭𝐢𝐧𝐠 si fa riferimento al processo di manipolazione di una persona con l’obiettivo di farla dubitare di se stessa e della propria sanità mentale.
Si tratta di uno specifico tipo di abuso emozionale e psicologico, messo in atto tramite un insieme di tentativi volti a minare la stabilità mentale della persona portandola a mettere in dubbio la sua percezione della realtà e i suoi pensieri (Kline, 2006). Purtroppo a tutt’oggi non è classificato come reato.
Pur non basandosi su atti di violenza fisica, il 𝐠𝐚𝐬𝐥𝐢𝐠𝐡𝐭𝐢𝐧𝐠 rappresenta una violenza davvero insidiosa, che provoca profonde ferite psicologiche e che si verifica quando una persona (il gaslighter) ne manipola un’altra al fine di farla dubitare dei propri giudizi, pensieri e valutazioni, con l’obiettivo di convincerla a considerare le proprie percezioni, credenze o ricordi come non affidabili. Questo obiettivo viene ottenuto negando la veridicità di quanto affermato dalla vittima e insinuando che il suo giudizio sia poco credibile perché è la persona stessa ad avere qualcosa che non va (Stark 2019).
Per fare alcuni esempi queste sono alcune tra le tipiche frasi utilizzate da un gaslighter: “sei pazzo/a”, “non essere paranoico/a”, “ti immagini le cose”, “sono preoccupato/a perché penso che tu non stia bene”, “stai interpretando male ciò che ho detto”, “ti ricordi male, non è successo questo”, “non ho mai detto nulla del genere, te lo stai inventando”, “stai pensando con poca lucidità ultimamente”…..
Potremmo quindi tradurre 𝐠𝐚𝐬𝐥𝐢𝐠𝐡𝐭𝐢𝐧𝐠 come “asservimento” o “schiavitù percettiva”. Chi la subisce è quasi sempre una donna, e questo fa rientrare il fenomeno del gaslighting nello schema della violenza di genere.
Il termine “𝐠𝐚𝐬𝐥𝐢𝐠𝐡𝐭𝐢𝐧𝐠” prende il nome dall’opera teatrale Gas light (luci a gas) del 1938, successivamente riadattata del film Gaslight (Dickinson, 1940). Protagonisti, una coppia sposata in crisi. Lui, esercitando diverse strategie tra cui l’alterazione della luce delle lampade a gas nel loro appartamento, porta la moglie a dubitare della sua percezione della realtà fino a farle perdere il senno. La donna nota l’abbassamento delle luci, ma suo marito lo nega, accusandola di immaginare fenomeni che non esistono.
Un contributo importante allo studio del fenomeno si è avuto grazie al lavoro di 𝐑𝐨𝐛𝐢𝐧 𝐒𝐭𝐞𝐫𝐧, psicoterapeuta e co-fondatrice dello Yale Center for Emotional Intelligence. La Stern pubblica 𝑻𝒉𝒆 𝑮𝒂𝒔𝒍𝒊𝒈𝒉𝒕 𝑬𝒇𝒇𝒆𝒄𝒕 prendendo spunto dalle sedute delle sue pazienti (ammettendo che la quasi totalità delle vittime di gaslighting è di genere femminile), proponendo un’analisi lucida delle variabili tra abusante e vittima. È la parte lesa a idealizzare il partner, il parente, il collega, volendo vedere in lui una figura integra e protettiva.
L’idealizzazione è la grande trappola del gaslighting, spesso data da ulteriori fenomeni di manifestazioni paradossali come quella del love bombing: termine con il quale si intendono dimostrazioni d’affetto al limite dell’assurdo, generate in una fase iniziale e non più riproposte nel rapporto (poiché sostituite da atteggiamenti lesivi e manipolativi). Spesso questo approccio basta alla vittima per attivare meccanismi di sottomissione.
Termino qui questo primo contributo con la promessa di ritornarci a breve con altri elementi soprattutto di difesa da questo fenomeno da utilizzare per chi ne è vittima.